Associazione delle Donne Islamiche Fatima: insieme per superare l’emergenza

Associazione delle Donne Islamiche Fatima: insieme per superare l’emergenza

«Stiamo cercando di essere cittadini solidali. Dobbiamo essere uniti, dobbiamo dimenticare le distinzioni fra musulmani e cristiani. Alla fine dell’emergenza dovremo riflettere e capire che siamo una sola razza: siamo umani. E dobbiamo essere umani, dobbiamo essere uniti per superare questi problemi». A dirlo – in un video registrato in piena emergenza coronavirus – è Manel Bousselmi, presidentessa dell’associazione Donne Islamiche Fatima. Una realtà che in questo momento di grande difficoltà si è dimostrata attiva e attenta ai bisogni di molte famiglie, punto di riferimento per le donne islamiche di Palermo e ponte tra le diverse culture e realtà cittadine. «L’associazione opera giorno per giorno in collaborazione anche con gli enti pubblici e le varie associazioni con lo scopo di promuovere la socializzazione multietnica e l’integrazione sociale, cercando di accogliere ogni richiesta per promuovere il benessere di ognuno e l’accoglienza» ci spiega Youssra Haoufiya, 29 anni, segretaria dell’associazione.

Come è nata l’idea dell’Associazione?

Con Manel ci siamo conosciute nel 2018: venivamo già da esperienze di impegno sociale, eravamo d’accordo sulla necessità di un punto di supporto e incontro per le donne islamiche di Palermo. Conoscevamo bene le tante storie di sorelle che avevano difficoltà: dal disbrigo di pratiche burocratiche, all’aiuto con la lingua e con l’inserimento sociale, ma anche storie di donne vittime di violenza. Sorelle con realtà molto diverse, provenienti da qualsiasi paese, lontane dalle famiglie accomunate dalla religione musulmana.

Nel corso dell’estate ci siamo riunite per progettare, parlare e poi a ottobre del 2019 siamo diventate operative. L’8 novembre abbiamo inaugurato il nostro sportello di ascolto presso il Montevergini di Palermo. Per due pomeriggi a settimana davamo consulenza e sbrigavano pratiche. C’era il corso di italiano, il corso di arabo e corano. La domenica organizzavamo una festa. Adesso siamo in cerca di una sede.

Usi spesso il termine “sorelle” per parlare delle donne della tua associazione…

Siamo donne, siamo accomunate dalla stessa religione, abbiamo tutte sogni, siamo portatrici di amore, di vita e di speranza. In generale credo che approcciarsi come sorelle e amiche con tutte le donne oltre a essere una forma empatica per avvicinarsi agli altri, consenta di immedesimarsi nella storia e nei vissuti altrui.

Nelle vostre parole e azioni si evince sempre una necessità di comprensione reciproca.

Certo, ci sono ancora tanti pregiudizi sulle donne islamiche ed è importante che vengano sconfitti. Immagina che ancora oggi una donna che indossa il velo viene di riflesso considerata priva di istruzione, soggiogata. Ciò rende difficile un inserimento sociale ma anche la possibilità di trovare lavoro. È importante raccontare invece che si tratta spesso di donne emancipate, integrate, che hanno studiato, con una o più lauree.

Prendi già la nostra storia. Manel ha conseguito in Tunisia una laurea in management e qui a Palermo studia per la seconda laurea in ingegneria. È mamma di due bambini e fa la badante. Io mi sto laureando in psicologia. Eppure non c’è parità.

Anche mia madre, che è per me di grande esempio e ispirazione, è laureata in letteratura araba. Da sola con tre figlie ha fatto la donna delle pulizie, la badante. Mia madre si è fortemente emancipata perché ha imparato a dire no.

È importante sconfiggere i pregiudizi ma anche avviare una conoscenza reciproca, uno scambio. Seguendo quest’idea abbiamo raccolto l’invito di molte realtà. Il 12 novembre abbiamo partecipato al dialogo cristiano-musulmano presso la moschea di Palermo; il 22 dicembre al messaggio di pace e fratellanza natalizio al Palazzo delle Aquile; abbiamo accettato con entusiasmo l’invito alla presentazione del libro di Fabio Zavattaro: “Tre donne e un vescovo” presso il Palazzo Arcivescovile di Palermo; e poi ancora la festa amaziriya, compleanno berbero; l’invito alla semà dalla Associazione Culturale AL FANÀ; il secondo incontro della consulta della pace presso ex fonderia; e il 2 febbraio word hijab day. L’8 marzo avremmo dovuto partecipare alla festa della donna ma è stata annullata per il Covid-19. Allora abbiamo dovuto rimodulare le nostre azioni.

Che attività avete messo in campo per fronteggiare l’emergenza?

All’indomani dell’emergenza pur non potendo incontrarci fisicamente ci siamo ritrovate vicine attraverso diversi strumenti.

La presidentessa si è subito attivata tramite il gruppo whatsApp per mantenere l’attività di supporto e ascolto. Per tradurre in diverse lingue prescrizioni, decreti e avvisi che si sono susseguiti. E soprattutto per far confluire e gestire gli aiuti alimentari, pubblici e privati.

Grazie alla Caritas, alle istituzioni, alla Polizia di Stato e alla generosità di privati cittadini stiamo aiutando molte famiglie.

Abbiamo partecipato al banco alimentare raccogliendo i nominativi e agevolando nell’attivazione delle pratiche. La moschea tunisina, un anonimo donatore di origine marocchina ci hanno dato altri fondi.

Molto bella è stata l’iniziativa della Polizia di Stato che ha promosso una raccolta fondi, attraverso donazioni spontanee da parte dei poliziotti di Palermo. Hanno raccolto 9.000 euro, suddivisi in 400 buoni spesa, distribuiti alle famiglie bisognose attraverso la nostra associazione, “Borgo Vecchio nel Cuore”, Donne di Benin City”, “San Giovanni Apostolo Onlus” e “Centro Santa Chiara”.

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