Una leadership diffusa sul territorio: intervista a Anna Staropoli

Una leadership diffusa sul territorio: intervista a Anna Staropoli

Nei giorni immediatamente precedenti al lockdown si è svolto a Palermo il primo incontro sull’azione WP4 del Progetto PRISMA, riguardante la partecipazione alla vita politica, culturale, economica e sociale delle comunità migranti (per saperne di più clicca qui e qui).

Oggi ricominciamo da quell’incontro e dai suoi significati profondi. Lo facciamo con Anna Staropoli sociologa dell’Istituto Arrupe e responsabile dell’azione di formazione al Peer Coaching all’interno della WP4 allo scopo di formare una leadership diffusa dei migranti sul territorio.

In particolare nel corso del primo incontro la Staropoli ha focalizzato l’attenzione sugli aspetti trainanti e frenanti la partecipazione e il protagonismo dei migranti nel contesto territoriale, il distretto socio-sanitario 42 di Palermo.

Da dove ripartiamo?

«Bisogna partire sempre dall’ascolto, riconoscere soggettività, esperienze, competenze. Il riconoscimento è la prima forma per evitare conflitti. La progettazione condivisa è il giusto metodo per generare appartenenza. La partecipazione, infatti, non è l’ultimo anello di un processo ma il punto di partenza. Le comunità, i singoli devono essere coautori. Del resto la leadership è la possibilità di diventare coautori, il leader è un autore con i suoi talenti e originalità che sa anche stimolare altri leader con altri talenti e originalità. Ripartiamo dalla consapevolezza che è possibile farcela se si mette insieme sapere professionale, sapere scientifico e sapere esperienziale, realizzando una leadership diffusa. Perché uno dei problemi che abbiamo è che le governance sono bloccate. Non si rigenerano mai».

Quali sono i dati più significativi emersi dall’incontro?

«Il desiderio che hanno le comunità e i migranti di non essere più destinatari dei progetti, oggetto di un intervento e spesso strumentalizzati per fini di altri enti. C’è una forte spinta alla partecipazione.  Essere soggetti e co-protagonisti delle progettualità riguardanti il campo delle migrazioni ma anche l’ambito del lavoro, della casa, dell’istruzione, della salute, tutti gli aspetti della vita sociale per contribuire a creare comunità inclusive. Pertanto è stato espresso dai partecipanti il bisogno di formazione e di competenze tecniche necessarie per progettare ed essere autonomi anche nella ricerca di programmi e di fondi che diano sostenibilità alle loro attività e ai processi da loro attivati.

Un altro dato su cui riflettere, ancora una volta, è legato ai giovani migranti, che sono una grande risorsa. Ci sono giovani con grandi talenti, con voglia di riscatto sociale che scelgono l’identità di cittadino italiano come seconda possibilità, che sentono di appartenere a questa comunità. Giovani che qui si sentono a casa: una comunità inclusiva deve dare la possibilità di sentirsi accolti. È fondamentale la possibilità di investire su giovani leader, fare una formazione ad hoc per ragazzi e ragazze che hanno voglia di organizzarsi in associazioni, cooperative o che abbiano un’idea imprenditoriale per migranti ma non solo. La pandemia ci ha insegnato che siamo tutti interconnessi e che le grandi idee nascono proprio dall’incontro, dal connettersi. Bisogna condividere la visione del futuro di questa città che hanno i giovani, stranieri e non. La mia idea è di creare un gruppo che faccia delle diverse soggettività il proprio punto di forza. Una rete di giovani stranieri a livello siciliano aperta ai giovani del territorio per creare quello shock culturale capace di generare grandi visioni.

Dall’incontro è emersa poi una massiccia presenza delle donne. Donne che riscoprono nel paese di arrivo una capacità nuova di empowerment e protagonismo, ma anche una possibilità di fare gruppo e unirsi per rivendicare spazi e diritti. Donne come risorsa sociale che conoscono e riconoscono il valore di essere donna. Donne che guardano alla possibilità di ridisegnarsi in modo nuovo, come le donne bengalesi. Sull’importanza del ruolo femminile nella vita politica e sociale, la frase migliore per esprime il mio pensiero sta in un detto arabo condiviso da una donna di un mio precedente gruppo: “Chi forma una donna forma un popolo”».

Le tue risposte spesso si arricchiscono di citazioni e condivisioni di frasi altrui. Più in particolare dei partecipanti ai tuoi gruppi, come se tutte le voci, idee e esperienze altrui arricchiscano anche la tua voce personale. È così?

«Certo, a questo proposito voglio citare una giovane donna di origine tunisina iscritta alla facoltà di biologia che ha definito l’interculturalità come “l’interconnessione tra le persone di culture e saperi diversi, come quella che esiste all’interno di un organismo vivente tra le diverse parti che lo compongono, dove ogni parte vive solo se interconnessa alle altre”».

Mentre la ascolto penso io a una frase, è di Orhan Pamuk a proposito della sua Istanbul ma come tutte le forme d’arte riuscite ha quella magia che la rende adattabile a tutte le città : “Molte volte impariamo dagli altri il significato della città in cui abitiamo”.

Hanno partecipato al primo incontro con Anna Staropoli:

AMEL; Comunità Sri Lanka; Arte Migrante; Associazioni giovani senegalesi; Donne di Benin City; Associazione In Gioco; Kirmal; Mamma Africa; Mbatto; Nigerian Association; Scuola di lingua e cultura polacca; Comunità rumena; Siamo tutti tunisini; Associazione “Giocherenda”; Rappresentante dell’Associazione “Donne Musulmane”; Comunità Filippina; Consulta delle Culture di Palermo; Comunità Ivoriana.

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